Ubuntu: uno dei nostri riferimenti per definire cos’è (o cosa non è) una “comunità”

Testo basato sugli studi di Stanlake J. W. T. Samkange / Tutte le fotografie sono state realizzate - con fotocamere a foro stenopeico da loro stessi costruite - dai bimbi di LUC, una piccola comunità di Hawassa (Etiopia) basata sui principi fondanti dell'Ubuntu

La ricerca e la rappresentazione del “senso di comunità” è il tema principale intorno a cui ruotano tutti i reportage, i viaggi e le pubblicazioni di AlterNative Storylab. Ma “comunità” è una parola che si presta a infinite interpretazioni — spesso in contrasto tra loro — e utilizzi fuori contesto (per esempio… la “comunità dei fotografi”).

Quindi, cosa vuol dire davvero “comunità”? E come si fa, tra tutti gli elementi possibili, a identificare un minimo comune denominatore necessario per definirla tale? Idealmente e per avere delle linee guida da seguire, a livello pratico e politico — quello di un’utopia possibile — noi la identifichiamo nel “villaggio industriale” Olivetti di Ivrea.

Invece, a un livello più filosofico ma anche geograficamente diffuso, uno dei nostri riferimenti è l’Ubuntu (pronunciato ùbúntú), un concetto tradizionale dell’Africa Sub-sahariana il cui nome — derivato dalle lingue Zulu e Xhola — può essere approssimativamente tradotto come “umanità verso gli altri”.

Noi / Loro

Il principio fondante dell’Ubuntu è: “Io sono quello che sono perché voi siete quello che siete” ergo “Io sono quello che sono grazie a quello che siamo tutti”. Quindi, per l’Ubuntu, “essere umani” significa essenzialmente che un individuo può affermare la propria umanità solo riconoscendo quella degli altri.

Per l’Ubuntu una “comunità” non può definirsi tale se non si appoggia su una moralità di cooperazione, comunalismo e compassione fortemente condivisa tra la maggior parte degli individui che la compongono.

Crediamo che questo concetto — cercando di non cadere in un facile romanticismo e con la necessaria flessibilità dovuta alle diverse condizioni storiche, geografiche e politiche — può essere applicato a qualsiasi latitudine.

Avere Ubuntu

La filosofia dell’Ubuntu racchiude tutte quelle virtù necessarie affinché ci sia armonia e spirito di condivisione tra i membri di una società: rispetto, lealtà, disponibilità verso gli altri, cura dei più deboli, fiducia e altruismo.

Questo spirito implica la costante consapevolezza che tutte le azioni che un individuo compie nel presente sono una conseguenza del passato ma, allo stesso tempo, avranno anche ripercussioni di vasta portata per il futuro.

Quando vogliamo dare grandi elogi a qualcuno diciamo “Yu u nobuntu” e cioè “Tu hai Ubuntu” — Desmond Tutu

Una persona “con Ubuntu” conosce il suo posto nell’universo, è in grado di interagire con grazia insieme ad altri individui ed è consapevole di rappresentare, in ogni momento, la propria comunità. Di conseguenza chi “ha Ubuntu” cerca sempre di comportarsi secondo i più alti standard etici della società da cui proviene.

L’Ubuntu e il pensiero occidentale

La visione unificante del mondo di Ubuntu è espressa nella massima zulù umuntu ngumuntu ngabantu (“un individuo è una persona attraverso altre persone”).

In Occidente, questo aforisma potrebbe essere interpretato come un principio etico, una regola di condotta o semplicemente come una descrizione della condizione umana. Ma nel pensiero tradizionale africano questa massima ha un significato profondamente diverso e concreto.

Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare? — Nelson Mandela

Nel pensiero occidentale un individuo è un essere preesistente e autosufficiente che esiste prima, separatamente e indipendentemente dal resto della comunità o della società. L’Ubuntu invece definisce l’individuo solo in base alle sue relazioni con gli altri nella comunità. Di fatto la sua identità viene sostenuta da una più ampia identità sociale.

La persona è passato, presente e futuro

Per l’Ubuntu il termine “persona” definisce non solo gli esseri umani viventi ma anche gli antenati defunti e i bambini non ancora nati.

Per questo l’Ubuntu include gli atteggiamenti e i comportamenti necessari per vivere un’esistenza  armoniosa non solo con l’Altro vivente ma anche con gli antenati già trapassati nel “regno dei morti” e con coloro che vivranno nel mondo in futuro.

Ogni individuo è il frutto dei suoi antenati e a sua volta diventerà l’antenato di tutti i futuri discendenti. Coloro che onorano l’Ubuntu durante il loro passaggio nel mondo, nella morte raggiungeranno l’unità con chi è ancora in vita.

Lo straniero

Per l’Ubuntu non c’è mai una netta separazione tra “noi” e l’Altro, chiunque esso sia, da dovunque provenga e qualunque sia la sua condizione.

Per l’Ubuntu ogni individuo consapevole della presenza di uno “straniero” all’interno della propria comunità dovrebbe fare del proprio meglio per rendere il più confortevole possibile la visita a quel viaggiatore.

Siate generosi, ospitali, amichevoli, premurosi e compassionevoli. Condividere ciò che avete è come dire: “La mia umanità vi appartiene ed è inestricabilmente legata a tutto ciò siete — Desmond Tutu

Lo straniero non dovrà chiedere cibo o acqua: tutti i viandanti sono rifocillati e protetti — senza l’aspettativa di un pagamento — in ogni villaggio che attraversano. Essi non hanno bisogno di portare provvigioni quando sono in cammino, purché si vestano in modo rispettabile.

La vita prima di tutto

Per l’Ubuntu la vita e la dignità delle persone sono sacre, sempre. Se e quando ci si trova di fronte a una scelta decisiva tra il guadagno o il vantaggio personale e la difesa della vita o della dignità di un altro essere umano, allora si dovrebbe sempre optare per ciò che non reca danno all’Altro.

Le regole sociali

Un concetto chiave associato a Ubuntu è il comportamento e l’interazione con gli altri nel contesto dei vari ruoli sociali perché, in ogni momento, anche quando si trova al di fuori di essa, l’individuo rappresenta ufficialmente tutte le persone della propria comunità.

Ogni individuo rappresenta quindi una famiglia, un villaggio, un distretto, una provincia e una regione. Ciò richiede che l’individuo si comporti secondo i più alti standard e mostri, per quanto possibile, le virtù sostenute dalla sua società di provenienza.

Ad esempio, una nuora tradizionalmente si inchina quando saluta i suoi suoceri o quando offre ad essi del cibo. La nuora fa questo come segno di rispetto ma anche come parte della funzione di ambasciatrice che assume in ogni momento.

Il suo comportamento rappresenta se stessa, la sua famiglia, tutte le donne cresciute in quella famiglia e le donne della sua comunità (il gesto non implica che la donna sia subordinata ma solo che “possiede Ubuntu” e che conosce il comportamento appropriato per ogni circostanza sociale).

Assistenza e com-passione

Chi segue l’Ubuntu non chiude mai il suo cuore ai meno fortunati, si prende cura di chi è in difficolta e non abbandona chi resta solo.

Con l’Ubuntu i bambini non sono mai orfani, dal momento che i ruoli di madre e padre non sono, per definizione, investiti da un singolo individuo ma vengono ricoperti dall’intera comunità: uomini o donne “con Ubuntu” non permetteranno mai a nessun bambino di essere o sentirsi orfano.

La giurisprudenza

Il concetto di Ubuntu è anche essenziale per la giurisprudenza e la risoluzione dei conflitti. Per l’Ubuntu un crimine commesso da un individuo contro un altro si estende ben oltre i due individui e ha implicazioni di vasta portata per la società dalla quale proviene l’autore del crimine.

La famiglia e la società da cui proviene il criminale sono considerate corresponsabili e sono punite con uno stigma sociale che, nei casi più gravi, può essere revocato solo dopo molti anni di “dimostrazione di Ubuntu”.

Ciò nonostante, con l’Ubuntu la riparazione dei torti e le eventuali punizioni devono tendere a riunire le persone. Un crimine di omicidio potrebbe essere sanato creando un vincolo tra le famiglie della vittima e l’imputato, oltre a punire il perpetratore sia all’interno che all’esterno delle sue cerchie sociali.

Perdonare è un mio interesse personale. Perché ciò che disumanizza gli altri inesorabilmente disumanizza me stesso e con il perdono offro alle persone la capacità di recupero, consentendo loro di sopravvivere e riemergere, ancora Umani — Desmond Tutu

Anche a livelli più alti l’Ubuntu può svolgere un ruolo importante  Durante gli anni ’90, sotto la guida di Nelson Mandela, l’Ubuntu fu usato per creare armonia e cooperazione tra i numerosi gruppi etnici della nuova Repubblica del Sud Africa diventando, di fatto, uno dei principi fondatori del Paese. Da allora viene anche associato all’idea di un “Rinascimento africano”.

La gestione del Potere

Nella sfera politica e nei processi decisionali, l’Ubuntu sottolinea la necessità di unità, l’importanza del consenso ottenuto attraverso il dialogo e l’aderenza — per chi prende decisioni — a un’etica sociale adeguatamente umanitaria.

Un leader che ha Ubuntu è quindi disinteressato, dà sempre priorità al benessere dell’intera comunità, consulta e ascolta i suoi sudditi perché a loro deve il suo status e tutti i poteri ad esso associati.

Lui (o lei) non adotta uno stile di vita diverso dai suoi sudditi, ma vive in mezzo a loro e condivide ciò che possiede. Un leader che ha Ubuntu non “guida” il popolo ma permette alle persone di determinare se stesse: imporre con forza la sua volontà sul popolo è incompatibile con Ubuntu.

L’Ubuntu è transnazionale

La parola “ubuntu” deriva dai linguaggi Zulu e Xhola e può essere approssimativamente tradotta come “umanità verso gli altri” o come “credere in un legame universale che connette l’intera umanità”.

Anche altre lingue bantu correlate hanno termini simili. Nella lingua Shona — quella più parlata in Zimbabwe dopo l’inglese — ubuntu è unhu e il suo concetto è simile a quello di altre culture africane.

Chi segue l’Ubuntu è aperto agli altri, disponibile con gli altri, non si sente minacciato dagli altri, non li invidia perché sono capaci e bravi. Chi segue l’Ubuntu è consapevole di appartenere a qualcosa di più grande. Chi segue l’Ubuntu si sente diminuito solo quando gli altri sono diminuiti o umiliati, quando gli altri sono torturati o oppressi — Desmond Tutu

In Kinyarwanda, la lingua madre in Ruanda, e in Kirundi, la lingua madre in Burundi, ubuntu significa “generosità umana” e “umanità”. Nelle società del Ruanda e del Burundi, è comune per le persone esortare o fare appello ad altri a gira ubuntu che significa “avere considerazione ed essere umani” nei confronti degli altri.

In Runyakitara, la collezione di dialetti parlata dai Banyankore, Banyoro, Batooro e Bakiga dell’Uganda occidentale e anche dai Bahaya, Banyambo e altri della Tanzania settentrionale, obuntu si riferisce alle caratteristiche umane di generosità, considerazione e umanità verso gli altri membri della comunità. In Luganda, il dialetto dell’Uganda centrale, obuntu-bulamu si riferisce alle stesse caratteristiche.

Uno dei bimbi di LUC all’opera / Ph. Elisa Amati

Le fotografie

Le fotografie che illustrano questo articolo sono state scattate, sviluppate e stampate dai bimbi di LUC (Let Us Change), una piccola comunità di Hawassa (Etiopia) fondata sui principi dell’Ubuntu.

Le fotografie sono state realizzate con fotocamere a foro stenopeico — costruite dai bimbi stessi, sotto la guida di Elisa Amati, Seppe Hendrickx e Antonio Amato — durante un nostro laboratorio didattico. Le immagini sono state utilizzate anche per stampare oggetti d’arte e magliette | incontra i fotografi di LUC