riMininverno: raccontare l’altra Rimini

Pefazione alla mostra di Alessandro Carli

Ho conosciuto Dorin Mihai, oramai diversi anni fa, nella situazione migliore per entrambi: io non sapevo che fosse anche e soprattutto un fotografo, lui non sapeva che fossi — e lo sono tuttora — giornalista e appassionato di fotografia.

La base di partenza quindi, ed è quello che nel mondo magico dell’arte si potrebbe chiamare “s-oggetto”, è stata la più nitida e priva di elementi di disturbo: nessun pregiudizio, nessuna maschera, nessun filtro. Un incontro tra due persone che non sono nate in Romagna ma che in Riviera ci sono capitate. O cadute.

Due “immigrati” che non hanno un legame “materno” con la città, e che quindi la vivono, la amano, la sgridano e la perdonano con totale libertà.

Più o meno un anno fa, nell’aprile del 2017, Dorin mi ha comunicato che la Repubblica di San Marino stava ospitando un suo lavoro, “Luci dell’Est, genuinità della terra romena”.

La notizia aveva provocato nella mia mente quello che è accaduto — e accade ancora oggi — al Gatto del Cheshire di Lewis Carroll: ha acceso un grin, un sorriso mentale. I miei pensieri, dopo aver concluso la visita del suo viaggio ospitato al San Francesco, si sono appoggiati sulla stratificazione dell’immagine, e sul suo significato più profondo.

Il primo percorso è stato di natura linguistica e filologica, prima che sociale: fotografare significa “scrivere con la luce”. E Dorin, con la sua macchina (da “fotografia” ma al contempo anche da “scrivere”), ha saputo tracciare un racconto di grande forza, di quella forza che nasce da una ferita profonda, dall’abbandono, dalla separazione di una terra che, immancabilmente, è grembo, “Matria”, “Patria materna”, radice familiare.

Avevo trovato, e lo avevo scritto, all’interno di questa personale che partiva da oltre le Alpi e oltre l’Adriatico, il mito di Odisseo, quindi il topos del “viaggio”, tema ancora oggi presente se si legge l’attualità dei flussi migratori, abbinato a un’altra parola greca, “Nostos”, il ritorno, la “nostalgia”, quindi dolore, mancanza.

Un mito che però lascia il passo a una poetica più personale, che si sviluppa attraverso la scelta di “tagli” visivi lontani e vicini: l’utilizzo e l’alternanza del bianco e nero al colore (il mondo è abitualmente a colori, il b/n non è la mancanza di colori ma semplicemente “colori altri”) ma anche le diverse focali messe in campo, dal grandangolo al “50”, con “punti di vista” molto curati.

Il secondo percorso invece aveva toccato il mio personale background, ovvero quel mondo di letture e di mostre che capitano nella vita, quegli incroci, crocevia di verbi e frizioni, che in fondo, alla fine, formano un soggettivo spirito critico: la forza narrativa di queste immagini, in alcuni scatti in bianco e nero soprattutto, portano agli insegnamenti dei Maestri della Magnum, come Henri Cartier Bresson.

L’Est, da cui sorge il sole (e quindi la luce), è una terra che non ho mai frequentato fisicamente, ma ho “attraversato” nelle parole di altri: Paolo Rumiz, la canzone di Lucio Battisti intitolata (ovviamente) “La luce dell’Est” e “Khorakhané”, capolavoro scritto e cantato da Fabrizio De André. Un “potpourri” di petali, sapori, vegetazione, usanze e mani, lavori e sorrisi, che “abbattono” i muri dell’ignoranza occidentale per far “luce” (ancora una volta questa preziosa parola) sulla società.

Nella street photography cerco sempre un punto di partenza, quel “punctum” su cui Roland Barthes ci ha costruito un grande libro, che mi serve per allargare lo sguardo. Il particolare che apre la mente alla costruzione architettonica dell’immagine. Gli occhi. Nel mare sono le vele delle barche o le onde.

Nelle persone, naturalmente, le due fessure che stanno sotto la fronte. Forse perché, sempre in maniera soggettiva, mi ha colpito lo sguardo di Dorin. Uno sguardo azzurro, velato di “Nostos”, ma sempre attento a (rac)cogliere i particolari.

A distanza di quasi un anno — siamo nel marzo del 2018 — Dorin mi fa sapere che sta ultimando un progetto a “sei occhi”, dedicato a Rimini. Dedicato, ad essere precisi, alla Rimini meno conosciuta: quella lontano dal caos e dalla congestione dell’estate, quella che smette di abiti succinti e freschi della patria del “divertimentificio”. Mi chiede se me la sento di scrivere “qualcosa”. Non gli rispondo “sì”. Non sarebbe stata la risposta corretta. Gli dico più semplicemente “certo”.

Mi invia, a breve giro di tempo, qualche scatto. E in quelle fotografie, sue ma anche di Davide Zaghini e Francesco Busignani, ho ritrovato lo stesso sguardo, la medesima ricerca, l’identica risposta. È cambiata la terra d’indagine quindi ma non il risultato poetico, la realizzazione di una fotografia che inizialmente si compone nella testa e solo in seconda battuta in un’immagina “fisica”.

Mi soffermo in prima battuta su quello che per un giornalista appassionato di fotografia è il punto di partenza, che come sempre accade (anche nella vita ma a maggior ragione nelle immagini), un elemento del tutto soggettivo: il titolo, ovvero quella cosa che cercano gli occhi del visitatore di una mostra prima di approcciarsi alle immagini.

“riMininverno”, con la “erre” piccola, la M grande (che sta per il modello M della Leica, la macchina fotografica scelta per questo lavoro, ma che diventa anche la consonante che apre parole importanti come “Madre”, “Memoria”, “Messaggio”, “Malinconia”, “Morte, tutti stati del cuore che si ritrovano in questo progetto), e qualche spazio bianco nella coda.

Una seria di spazi bianchi che immediatamente ha catturato la mia attenzione e che a uno sguardo più attento rivelano (verbo bellissimo quando incontra la fotografia) una (p)arte del suo cuore: la scelta del bianco e nero, che non è solamente una scelta squisitamente nostalgica o ad effetto ma qualcosa di decisamente più profondo.

Sullo sfondo, perché la fotografia, perlomeno in una fase preparatoria che poi si traduce in gesto e matericità, ha bisogno di una parete, si staglia un anniversario importante: nel 1978, quindi esattamente 40 anni fa, Fabrizio De André dava alle stampe “Rimini”, un album che conteneva, al suo interno un inserto con fotografie in bianco e nero della città, tutte opere di Cesare Monti.

La curiosità, che a distanza di 40 anni è diventata un retrogusto, si è mossa in questa direzione, ponendo una serie di domande tutte attaccate, come i frame delle pellicole analogiche: come è cambiata Rimini? Ma soprattutto, è cambiata? E come la vedono due fotografi del posto (Francesco Busignani,e Davide Zaghini) e uno “straniero” (Dorin Mihai)? E ancora, cosa può ancora raccontare Rimini dopo esser stata “setacciata”, in maniera superba, da Marco Pesaresi?

Cosa può dire, oggi che siamo in piena epoca del colore e soprattutto in un periodo di totale sovraesposizione di immagini, oggi che le fotografie “digitali” inondano i social media, oggi che si fotografa tutto — anche un piatto a tavola — oggi che si preferisce “fotografarsi” (ovviamente il riferimento è ai selfie) che fotografare, oggi che si dà la precedenza a uno scatto o a un lungo filmato piuttosto che vivere un evento, un luogo, un concerto, oggi che “sembra” essere più importante dire a chi non è con noi “ho visto questa cosa” invece che raccontarla con le proprie parole?

Molto. Molto perché se la città in 40 anni, forse, è parzialmente cambiata, non sono cambiati invece i riminesi. Non sono cambiati i luoghi e nemmeno i lavori, perlomeno alcuni. Sono cambiati i loro sguardi, quelli sì. E tutto quello che viene visto nonostante passi quotidianamente sotto agli occhi ma che non viene osservato, oggi si fermano, con precisione e profonda poesia, in questo viaggio dedicato a quella città.

Quella città lontana, che alle volte, soprattutto in inverno, si nasconde, scompare dalla scena illuminata, e che torna a respirare. Francesco, Davide e Dorin hanno seguito questi respiri. Che, alla fine, sono quelli che riempiono le corse di chi la vive.

Ritroviamo quindi i pescatori, le persone comuni che si sorprendono — e forse si infastidiscono davanti a un obiettivo (non solamente fotografico, qui il 50 fisso), ma anche i volti e le rughe dei palazzi, delle strade, del ponte di Tiberio, lì fermo da 2.000 anni ma ancora in grado di raccontarsi.

E c’è poi il mare. Non so se Dorin, nella sua terra d’origine, lo abbia mai visto. Di certo non è un elemento naturale per lui. Lo è invece per Davide Zaghini e anche per Francesco Busignani, che a Rimini ha aperto gli occhi. Ma è davvero necessario nascere e vedere il mare? E qual è, soprattutto, il mare?

La prima risposta che mi viene in mente è, a modo suo, scientifica: passiamo nove mesi della nostra vita immersi in un liquido. E quindi l’acqua appartiene alla natura dell’uomo. Diverso è poi quello che l’uomo cerca e incontra nella sua vita. Ed è qui che si torna, idealmente, al porto: non è tanto il luogo ma il modo con cui lo si osserva. O meglio, lo si ascolta. E lo si riporta. In poesia, in pittura, in fotografia o nelle parole.

Il punto di vista privilegiato che possiede la fotografia rispetto alle altre forme d’arte e a un qualsiasi “s-oggetto” è la sua capacità di superare il limite della grafia e di innalzarsi a linguaggio universale: non deve essere tradotta e soprattutto non deve essere spiegata.

Parla, cioè, tutte le lingue del mondo. Comunica ai bambini, racconta ai ragazzi, spiega agli adulti, sussurra agli anziani attraverso una scrittura invisibile ma allo stesso tempo ben marcata: quella del cuore e quella dell’anima.

Anche in “riMininverno” si incontra lo sguardo un po’ malinconico e denso di spleen che si avverte all’interno del lavoro con cui Dorin ha detto “ti amo” e poi “addio” alla sua Romania.

Un sentimento che l’artista, hic et nunc, con-divide con gli altri due fotografi: immagini apparentemente mute, sublimate nella scelta cromatica del bianco e nero, che sembra restituire, non dopo aver ringraziato per il loro omaggio, le attenzioni che Dorin, Davide e Francesco hanno voluto prestare a Rimini. Una Rimini “a luci spente”, che forse sono quelle più autentiche. Quelle più vere.

Alessandro Carli


Testo tratto dalla prefazione di Alessandro Carli alla mostra riMininverno, un progetto a sei mani che si propone di raccontare la città di Rimini con un unico strumento ottico, la Leica M, attraverso tre visioni differenti di tre fotografi  —  Dorin Mihai, Francesco Busignani e Davide Zaghini  —  usando una sola lunghezza focale, la 50mm.