L’orticello di casa

Testo di Eleonora Viganò / In alto: Saigon, Vietnam - Fotografia di Elisa Amati

Me li immagino. Mi immagino un mondo di gente chiusa in casa, nel suo orticello, che si sposta solo da A a B e da B ad A ogni giorno e solo per cose utili e strettamente necessarie e solo nel proprio paese, sia mai. Gente che si relaziona poco, che non si fida, che non rischia niente. Che non ha scintille, che non si spinge mai oltre.

Me lo immagino un mondo senza viaggi troppo pericolosi, senza aiuti, esperienze nuove, senza mai conoscere l’altro, senza essere conosciuti, senza gente che corre pericoli per migliorare se stessa o un pezzo di mondo, senza sport rischiosi, senza uscire alla sera, senza minigonne, tanga, alcol o una birra di troppo, senza l’azione di un secondo, senza gente comune — non dico eroi — che magari sbaglia ma che ci prova.

Me lo immagino con orrore un mondo di gente che non se la va a cercare. Che spegne il cervello, la fantasia, la mente. Che “siate affamati e siate folli” lo recita come un mantra, ma poi chi non sta sul binario o nell’orto lo massacra di insulti; se è donna, peggio.

Spero di non esserci più per vederlo.


Le parole di Eleonora si riferiscono a due articoli di Massimo Gramellini — pubblicati, sul Corriere della Sera, qui e qui — sul tema della giovane volontaria italiana rapita in Kenya.