La “Trilogia della cultura” di Lucian Blaga

Intervista a cura di Elena Guerra - Fondazione Centro Studi Campostrini / Fotografie di Claudio Maria Lerario

Lucian Blaga (1895-1961) — un autore di cui poco si conosce al di fuori dalla Romania — è il poeta che ci fa idealmente da guida durante i nostri laboratori fotografici in Transilvania e, più specificatamente, nella regione del Maramureș.

Tra tutte le sue opere la Trilogia della cultura è il suo libro a cui più ci ispiriamo. Qui Elena Guerra — della Fondazione Centro Studi Campostrini — intervista Giancarlo Baffo, il curatore dell’edizione italiana.

Maramureș, Romania

E.G. — Poeta, scrittore, e filosofo, oscurato in vita dalla fama dei membri della cosiddetta “triade romena” (Eliade, Cioran, Ionesco), Lucian Blaga (1895-1961) fu senza dubbio uno degli intellettuali più importanti ed influenti della Romania del XX secolo.

Di lui, le edizioni della Fondazione Campostrini presentano ora al pubblico italiano l’edizione integrale della Trilogia della cultura, la seconda in cui si articola il suo imponente sistema filosofico, sul quale, negli ultimi anni, è tornato in Europa ad accendersi un intenso interesse.

Abbiamo incontrato il professor Giancarlo Baffo, professore all’Università di Siena e curatore dell’edizione integrale. Si tratta di un importante testo di filosofia della cultura, apparso precedentemente nella nostra lingua in edizioni non integrali e ormai difficili da reperire. Ci può dire qualcosa a proposito di questo testo?

G.B. La Trilogia della cultura era nota a un pubblico molto ristretto in Italia, e conosciuta solo nelle due prime parti; la terza esce ora per la prima volta, assieme alle altre, grazie al coraggio delle Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini.

L’opera ha una storia editoriale molto travagliata: scoperta nell’immediato dopoguerra da Antonio Banfi (che ne fece approntare la traduzione della prima parte a Eugenio Coseriu, che divenne poi un noto e importante filosofo del linguaggio), la seconda parte della Trilogia (quella più specificamente romena, intitolata Lo spazio mioritico) uscì negli anni Novanta per opera del compianto professor Marco Cugno, grande romenista torinese, che suscitò un immediato interesse da parte dei critici italiani non solo relativo all’opera singola, ma al complesso dell’imponente opera filosofica dell’Autore.

Lucian Blaga è un uomo dell’Est, anche se ha una solida formazione mitteleuropea: si forma fondamentalmente a Vienna e nel suo pantheon di riferimento compaiono anzitutto autori tedeschi, in primis la coppia Goethe-Kant, suoi autentici numi tutelari.

Blaga è autore di una grande opera filosofica che, dopo la fine dei sistemi ed il pensiero della “crisi” dei fondamenti, ripropone un convincente e originale sistema metafisico che attende ancora d’essere adeguatamente studiato.

Maramureș, Romania

E.G. — Lucian Blaga è senza dubbio uno degli intellettuali più importanti della cultura romena del Novecento. In patria è un autore assai noto, non solo come filosofo, ma anche, e forse soprattutto, come poeta e mediatore culturale. Ci può dire qualcosa su questa figura di filosofo e di artista, punto di riferimento, anche polemico, di molti intellettuali romeni (tra i quali personaggi assai noti come Cioran e Eliade)?

G.B. Nel mio saggio introduttivo alla Trilogia ho cercato di estrarre, da un conglomerato spesso spurio ed opaco rappresentato in Romania dai tremendi anni Trenta, quella che dal punto di vista umano, oltre che intellettuale, è l’autentica gemma costituita dalla figura di Lucian Blaga.

Rispetto ai suoi conterranei che diventarono famosi emigrando all’estero (e si preoccuparono costantemente di occultare le tracce di un imbarazzante passato), Blaga attraversò, moralmente indenne, tutta la travagliata storia della Romania contemporanea, senza mai compromettersi con le nefandezze della “Guardia di ferro” e, in generale, del fascismo romeno.

E vorrei sottolineare soprattutto la sua totale estraneità, quasi unica ed isolata tra le due guerre, alla generale temperie antisemita, dato che sostenne sempre l’idea di un’identità culturale romena totalmente scevra da ogni degenerazione nazionalista o xenofoba.

Il suo destino, triste ma sempre dignitoso, nella Romania comunista, poi, colloca senza dubbio Blaga accanto ad altri grandi maestri del pensiero europeo del XX secolo, come ad esempio Jan Patočka, che sperimentarono sulla propria pelle l’impatto simmetrico dei totalitarismi novecenteschi.

Maramureș, Romania

E.G. — La Trilogia della cultura si pone accanto ad altre importanti opere filosofiche di Blaga, che non hanno ancora visto la traduzione nella nostra lingua. Ci può dire qualcosa a proposito di questi altri lavori filosofici di Blaga, e di come la Trilogia della cultura si inserisce tra di essi?

G.B. Dopo la grande crisi dei sistemi palesata dal “pensiero negativo”, Blaga ripropone testardamente (sin dai suoi esordi negli anni Trenta, quando trova una collocazione anche accademica) una filosofia di tipo sistematico, nonostante sia un pensatore che non difende un’idea meramente paraletteraria della filosofia, ma conosce bene i progressi delle scienze e delle nuove matematiche, che coltiva con passione sin da ragazzo.

Il suo sistema filosofico è costantemente intessuto da schemi desunti da un confronto serrato con le scienze. Tuttavia, per Blaga, la metafisica è un orizzonte che caratterizza l’essenza più profonda dell’uomo e che non può essere ignorata o “ridotta”.

È la scienza, semmai, a costituire un’attività di tipo creativo del tutto paragonabile a quella che emerge dai grandi miti, dalle saghe e dagli stili delle culture popolari del mondo, cosicché la cultura si configura come un connubio umanisticamente inscindibile di scienza e tradizione, vòlte entrambe a tentare in eterno la “rivelazione” del “mistero” esistenziale.

La Trilogia della conoscenza, che precede di pochi anni la Trilogia della cultura, è un testo in cui Blaga propone una rivoluzione epistemologica attraverso un cambio di paradigma che prevede l’avvento di quello che egli chiama l’“eone dogmatico”, suggestivo neologismo tratto, come accade sovente, dall’ambito religioso.

L’“eone dogmatico”, per Blaga, è l’epoca della storia spirituale dell’uomo che dovrebbe riabilitare il valore metodologico del dogma, inteso non come specifico contenuto di fede ma come approccio epistemologico all’ambito del “mistero”, dimensione insopprimibile ed insuperabile della ricerca e della creatività umana, da investigare tanto nelle manifestazioni estetico-creative quanto nella presunta purezza degli oggetti scientifici.

Che il “Grande Anonimo”, come “freno stilistico” impedisca per definizione all’uomo di ottenere una conoscenza adeguata del “mistero”, nulla toglie al fatto che proprio in questo anelito l’umanità possa comunque attingere la sua dignità più alta.

Maramureș, Romania

E.G. — Come abbiamo detto Blaga è un punto di riferimento per la cultura romena. Nonostante il suo spessore letterario e filosofico, la sua opera è però poco conosciuta e considerata negli altri paesi europei. Di questo fatto già si lamentava Eliade in uno dei suoi diari. Ci può dire qualcosa di Blaga come pensatore di spessore europeo?

G.B. Eliade lamentò il fatto che, se fossero state tradotte a tempo debito, le opere di Blaga avrebbero concorso a collocare la filosofia romena contemporanea al posto che le competeva nella storia del pensiero europeo.

Credo avesse profondamente ragione. Blaga nel suo Paese si batté costantemente, dopo la grande Guerra, per distinguersi da un nazionalismo che da una parte contemplava gli iconoclasti come il giovane Cioran, che aspiravano a una Romania che si “trasfigurasse” completamente (con gli esiti funesti che conosciamo negli anni ’30) e, dall’altra, un’intelligencja reazionaria intenzionata a ritornare a una ortodossia tradizionale e chiusa (si pensi, ad esempio, a un Crainic, fondatore dell’importante rivista Il Pensiero, cui Blaga collaborò assiduamente).

Blaga, come filosofo della cultura, fu invece sostenitore di un “romenismo” universalistico, nonché fautore di un “apriorismo romeno” — come lo chiama ne La trilogia della cultura — che si basa su una originale ed aperta ricezione del Tramonto dell’occidente di Spengler, da cui Blaga riprende e sviluppa l’idea che la metafisica non può essere una tavola o un codice immutabile di valori e di categorie, appannaggio esclusivo delle “culture maggiori” che dominano il theatrum historicum, ma qualcosa di estremamente flessibile, sottoposto all’incessante creatività degli uomini e di ogni popolo. E’ soprattutto questa “malleabilità” della metafisica, come Blaga la chiama, che ha ancora molto da dire, oggi, alla nuova Europa.

— Intervista a cura di Elena Guerra

La Trilogia della cultura è stata pubblicata per la prima volta integralmente, con la curatela di Giancarlo Baffo, per le edizioni della Fondazione Centro Studi Campostrini (pp. 562, euro 35).


Lucian Blaga (1895-1961)

Filosofo, poeta, diplomatico, è una delle maggiori personalità della cultura romena del Novecento. Formatosi alla scuola della grande Kultur germanica della “crisi”, Blaga esercitò un indiscusso magistero filosofico nella fosca temperie della Romania interbellica.

Seppur estraneo alle corrività “legionarie” di altri suoi più celebri contemporanei, dopo l’avvento del regime comunista fu estromesso dall’insegnamento universitario e praticamente privato della possibilità di pubblicare.

Tra le sue opere principali ricordiamo: I poemi della luce (1919), la Trilogia della conoscenza (1931-1934) e la Trilogia dei valori (1946). La Trilogia della cultura, di cui qui parliamo, si compone di tre parti: Orizzonte e stile (1935), Lo spazio mioritico (1936) e La genesi della metafora e il senso della cultura (1937).