Il senso di comunità spiegato da Zygmunt Bauman

Testo di Paola Sarno / In alto: cena comune a Pennabilli - Fotografia di Claudio Maria Lerario

Ci sono libri la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria anche nelle scuole perché offrono squarci illuminanti sulla società contemporanea e preparano ad affrontare la vita più di tante nozioni. Di tanti di questi testi — se si esclude la ristretta platea di persone che li frequenta abitualmente — i più finiscono per sentirne parlare solo in circostanze eccezionali, come in occasione di premi letterari o degli anniversari della nascita o della morte dell’autore.

È ciò che è toccato in sorte anche a Voglia di comunità del grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei pensatori più acuti del nostro tempo, recentemente scomparso. Noto per le sue folgoranti definizioni di una modernità in cui tutto è “liquido” — la vita, l’amore, la paura stessa, tutto sfuggente, inafferrabile e, per dirlo con una parola oggi molto abusata, “precario”, come le nostre stesse esistenze — Bauman, in questo saggio “breve, compatto, intriso di passione intellettuale e politica”, (Giovanna Pajetta su Il Sole 24 Ore), esplora la nostra voglia di comunità.

La parola comunità esala una sensazione piacevole, qualunque cosa tale termine possa significare. Le compagnie e le società possono anche essere cattive, la comunità no. La comunità è sempre una cosa buona — Zygmunt Bauman

Un desiderio quasi istintuale che torna con forza per compensare l’insicurezza di fondo che è il paradigma di mondo globalizzato, all’insegna della liberalizzazione, della flessibilità, della competitività e dell’individualismo.

Tuttavia in questa ricerca di comunità — che corrisponde a un ineludibile ed ancestrale bisogno umano — rimaniamo sempre aggrappati a qualcosa che ci sfugge di mano. “Così continuiamo a sognare, a tentare e a fallire“, scrive Bauman.

E purtroppo siamo sempre meno consapevoli che questo destino tocca a tutti: “Ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo, vivendola come un problema individuale, il risultato di fallimenti personali e una sfida alle doti e capacità individuali”, sottolinea ancora il sociologo.

Così cerchiamo soluzioni personali a contraddizioni sistemiche, la salvezza al singolare da problemi che si possono forse risolvere solo collettivamente, ripiegandoci sulle nostre risorse e alimentando ancora di più l’insicurezza nel mondo degli “altri da noi”, gli estranei.

Sembra che non ci resti che cercare sicurezza nella nostra sfera privata e addirittura nella nostra stessa integrità fisica, di cui diventano estensioni e baluardi la nostra casa, i nostri beni, i quartieri in cui viviamo: vogliamo norme più stringenti sulla sicurezza stradale, alimentare, informatica e fuggiamo dalle città, luogo dell’insicurezza assoluta, intriso di pericolo, dove non abbiamo più i segni che in altre epoche ci permettevano di distinguere più facilmente il bene dal male.

E così, per paura di incappare nel peggio, ci rifugiamo dietro una “facciata”, pretendendo di decifrare gli altri seguendo lo stesso principio di identificazione. Così facendo, in maniera spesso del tutto inconsapevole, non solo finiamo per tradire noi stessi, ma perdiamo anche un altro dei nostri bisogni “ontologici”, la libertà.

La parola comunità evoca tutto ciò di cui sentiamo il bisogno e che ci manca per sentirci fiduciosi, tranquilli e sicuri di noi — Zygmunt Bauman

Il sogno comunitario ci semplifica apparentemente la vita perché fa sì che ognuno di noi si relazioni solo con i suoi “simili”; così ci si può sentire meno soli — circondati dalla “protezione” e dal riconoscimento che solo un gruppo omogeneo può offrire — anche se ciò significa escludere dalla nostra sfera di interesse non solo ciò che non ci riguarda, ma ampi margini della nostra stessa libertà di poter essere “altro” rispetto all’immagine che ci siamo costruiti per relazionarci agli altri.

Invece, secondo Bauman, sono due le cose che davvero servirebbero per posare le fondamenta su cui costruire un vero senso di comunità: una reale parità di risorse — senza la quale siamo cittadini di fatto ma non di diritto — e, in secondo luogo, un’assicurazione collettiva contro le sventure e le disgrazie individuali.

Il bel libro di Bauman, già noto in Italia come acuto interprete della società e dell’etica postmoderna, offre un mezzo per riconsiderare le motivazioni profonde della resistenza alla globalizzazione — Gianni Vattimo

Purtroppo il pensiero unico delle nostre società se ne infischia di tali propositi, ritenendoli addirittura controproducenti. In tal modo il peso degli “insuccessi” ricadono esclusivamente sul singolo e sul suo fragile e necessariamente insufficiente volontarismo.

Però, come ci ricorda Bauman, se mai può esistere una comunità in un mondo parcellizzato può essere soltanto una “comunità responsabile”, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto“. Un compito difficile, ma ineludibile, se vogliamo davvero che la nostra voglia di comunità serva a costruire qualcosa di solido e non solo a farci rimpiangere il paradiso perduto.


Articolo precedentemente pubblicato su 180 gradi, un progetto di comunicazione sperimentale che vuole dare informazioni riguardo i temi della Salute Mentale. La redazione del giornale è un ‘laboratorio di cittadinanza’ permanente, un luogo inclusivo ed aperto all’incontro con il territorio. Uno spazio dove permettere la formazione e l’inserimento lavorativo di persone con disagio mentale.