Danza di bellezza

Testo e fotografia di Claudio Maria Lerario

Questo testo fa parte del libro Dialogo Silenzioso — La Grande Madre Africa incontra la madre di tutte le arti: la danza.


Quando Claudio Gasparotto mi ha proposto di partecipare a questo dialogo tra immagini e parole — basato sul suo modo di vedere la danza come arte legata alla vita quotidiana — ho subito pensato di rispondere con una serie di fotografie realizzate in Etiopia, una terra dove nei semplici gesti della vita di ogni giorno si dischiudono i semi di una commovente, naturale e — per fortuna — inconsapevole danza di bellezza.

Come molti fotografi sono capitato in Africa per documentare alcuni dei temi scottanti del continente: lo svilimento dell’identità culturale delle popolazioni indigene, lo sfruttamento delle terre, gli squilibri sociali — che permangono, e a volte aumentano, nonostante gli indubbi progressi economici — e il lavoro di alcune organizzazioni umanitarie occidentali.

Dopo aver realizzato alcuni reportage, malgrado la positiva accoglienza, li ho visti ben presto sparire nella cacofonia del nostro sistema informativo. C’è sempre una “disgrazia” più importante; c’è sempre un nuovo problema che inghiotte quello precedente. Nulla resta. D’altra parte, su certi temi, c’è già un’ampia documentazione e, almeno nel mondo occidentale, nessuno può dire di non sapere. Chi lo fa è solo pigro. O mente.

Nel frattempo, dopo mesi vissuti in quei posti, nonostante l’aver affrontato anche situazioni negative o pericolose, è successo qualcosa di sorprendente: finalmente mi sentivo a casa.

E allora sono rimasto e ho iniziato a fotografare quelle comunità dall’interno, cercando di “decolonizzare” la mia visuale e guardando le persone non come “vittime” di problemi sociali o macro-economici ma come se dovessi realizzare il mio album di famiglia. Era il mio modo di ringraziare — con quello che so fare — per tutto ciò che mi è stato dato. Ed era anche il mio modo di dare un senso a tutto quello che mi è stato tolto. Non idealizzo certo l’Africa, anzi.

Alla fine quel “nuovo sguardo” è diventato naturale. Con tutte le persone rappresentate nel libro ho avuto rapporti più o meno stretti, per periodi più o meno lunghi. Alcune di loro hanno vissuto o vivono tuttora situazioni terribili, altre vivono in condizioni che possono definirsi normali, altre ancora hanno una vita agiata. Di molte mi ha colpito la forza d’animo — quello che noi chiamiamo resilienza — così come l’attenzione che, nel bene e nel male, dimostrano verso le storie degli altri. Di tutte mi ha affascinato la solennità dei gesti.

La signora della foto ha curato ogni singolo capello della sua acconciatura e ha cucito il vestito che indossava per accogliermi. Dopo averlo tostato, sta polverizzando il caffè, usando un vecchio pistone d’automobile. Poi lo metterà sul fuoco, spargerà per terra dell’erba benaugurante e accenderà l’incenso. Di lì a mezz’ora lo verserà nella mia tazzina e me lo offrirà. Per lei è tutto normale. Per me, in quella tazzina, c’è tutta l’arte del mondo.


Questo testo fa parte del libro Dialogo Silenzioso — La Grande Madre Africa incontra la madre di tutte le arti: la danza.